
Gli Smr: la falsa soluzione venduta come rivoluzione

Riportiamo e approfondiamo l’analisi pubblicata su GreenPlanner.it, arricchita dai contributi del fisico Christian Sansoni, che smonta il mito dei piccoli reattori modulari, presentati in Italia come la risposta innovativa e sostenibile alla crisi energetica. L’idea che questi impianti siano davvero “piccoli” si dissolve subito osservandone le reali dimensioni: fisicamente sono quasi grandi quanto una centrale nucleare convenzionale, con la sola differenza di produrre meno energia. Questo non significa maggiore sicurezza o minori costi, anzi, secondo studi scientifici producono un volume di scorie radioattive fino a trenta volte superiore rispetto ai reattori tradizionali.
L’aggettivo “modulare” è più uno slogan pubblicitario che una descrizione tecnica. Nessuna centrale nucleare, grande o piccola, viene spedita già pronta: tutte vengono assemblate in loco per via delle dimensioni enormi dei componenti. La presunta modularità si riferisce alla standardizzazione di alcune parti, ma nella realtà mancano i volumi produttivi per ottenere economie di scala. In settant’anni di storia, il nucleare ha prodotto poco più di ottocento reattori in tutto il mondo, un numero irrisorio rispetto a quello che servirebbe per abbassare i costi come avviene, ad esempio, nell’industria automobilistica.
La favola dei costi bassi si scontra con la realtà dei bilanci e dei cantieri: costruire un impianto richiede in media tra i dieci e i quindici anni, con spese iniziali di miliardi di euro che tendono quasi sempre a lievitare in corso d’opera. Il pareggio economico, se tutto va bene, arriva dopo venticinque o trentacinque anni di esercizio, ma basta una fermata prolungata o un calo della domanda per azzerare la redditività. A questo si aggiunge un problema di competenze: il nucleare necessita di tecnici e ingegneri altamente qualificati, figure sempre più rare in Italia, dove le competenze STEM sono in declino e dove la formazione richiede decenni, non corsi accelerati.
Distribuire sul territorio più reattori di piccola taglia, come vorrebbe il modello SMR, significa moltiplicare siti e infrastrutture, aumentando i rischi e complicando la gestione. Più impianti vuol dire più scorie, più depositi temporanei, più sistemi di trasporto e controllo. E tutto ciò in un Paese che non dispone nemmeno di un deposito definitivo per i rifiuti ad alta attività già esistenti.
Infine, c’è il nodo delle risorse. L’uranio, come tutte le materie prime, è limitato e la sua estrazione e lavorazione dipendono pesantemente da combustibili fossili. Senza gasolio e infrastrutture per il trasporto, l’intera filiera non funziona. Non è un caso che perfino la Cina, pur investendo in nucleare, preveda per il 2050 una quota atomica del quindici per cento, lasciando il resto a eolico e solare.
Gli SMR, dunque, non sono la soluzione rapida e pulita che certa propaganda vuol far credere. Sono, piuttosto, una distrazione costosa e rischiosa, che sottrae tempo, risorse e attenzione alle vere risposte alla crisi climatica: riduzione dei consumi, efficienza energetica, accumulo e sviluppo delle fonti rinnovabili già pronte e operative. Presentarli come l’arma decisiva contro il caro energia e le emissioni significa alimentare un’illusione che rischia di avere un prezzo altissimo per il Paese.
https://www.greenplanner.it/2025/08/11/presuposti-sbagliati-nucleare-italia