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Nel 2015 il tempo titolava “Lazio il maxi-deposito radioattivo”

Nel 2015 il tempo titolava “Lazio il maxi-deposito radioattivo”

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Nel 2024 nascerà in Italia il Deposito nazionale per lo smaltimento dei rifiuti radioattivi. Ci vorranno quasi dieci anni per realizzare l’impianto che servirà lo stivale non solo per lo smaltimento degli impianti nucleari esistenti, olio minerale derivato e da attività di medicina nucleare, ma anche per la ricerca. E sembra che la destinazione finale sarà il Lazio.

Sono in fase di studio i luoghi possibili per la realizzazione del Deposito, dotato anche di un Parco tecnologico per la ricerca.

«La nostra regione potrebbe rientrare tra le candidate proprio per le sue caratteristiche geologiche favorevoli», afferma Roberto Troncarelli, presidente dell’Ordine dei geologi del Lazio, che ieri ha organizzato insieme alla Società Geologica Italiana un convegno sul tema all’interno del Museo di Scienze della Terra dell’Università La Sapienza di Roma. «Le coste basse del nord della regione si presentano ad ospitare il sito per due caratteristiche principali – aggiunge Troncarelli – La bassissima sismicità e la litologia (studio dei caratteri fisico-chimici delle rocce, ndr) idonea. In ogni caso, ci vorranno almeno quattro anni prima dell’inizio della sua costruzione».

La Sogin, la società di Stato responsabile dello smantellamento degli impianti nucleari e della gestione dei rifiuti radioattivi, sta redigendo la Carta nazionale delle aree potenzialmente idonee per l’insediamento del Deposito. La Cnapi ora è all’esame dell’Istituto superiore per la protezione ambientale (Ispra), che dovrà verificare la correttezza dell’applicazione dei 28 criteri stabiliti per assicurare che il sito sia adatto e privo di rischi naturali.

Esclusi dalla mappatura le zone ad elevato rischio vulcanico, quelle interessate ad alluvioni e idrogeologicamente instabili, o ancora le aree lontane dai grandi assi viari. Entro la fine dell’anno l’Ispra dovrà fornire il nulla osta.

Sebbene in Italia non esista più il nucleare, dopo il referendum abrogativo del 1987, esistono ancora otto siti, tra ex centrali e centri di stoccaggio.

Nel Lazio ce ne sono due: gli impianti Ipu e Opec di Casaccia, alla periferia di Roma, e il centro di Latina. Gli altri sono l’impianto Eurex di Saluggia (Vercelli), le centrale di Trino (sempre in Piemonte), l’impianto Fd di Bosco Marengo (Alessandria) in Piemonte; la centrale di Caorso (Piacenza), il deposito di Roma, la centrale di Garigliano (Caserta) e l’impianto Itrec di Rotondella (Matera) in Basilicata.

Ma sul territorio nazionale ci sono anche altri depositi e centri di raccolta temporanea di rifiuti radioattivi, come l’Enea sempre a Casaccia o il deposito Cementir nei pressi di Taranto, in Puglia, attualmente abbandonato e in conflitto di riattribuzione.

Il Deposito nazionale dovrà ospitare e custodire 75mila metri cubi di scorie, più i prodotti futuri connessi a rifiuti radioattivi. Il Deposito sarà in grado di smaltire (nell’arco di 300 anni) 90mila metri cubi di scorie nucleari, tra cui 75mila metri cubi di rifiuti di bassa e media attività e 15mila di alta attività.

Secondo la Direttiva Euratom (ossia la Ceea, Comunità europea dell’energia atomica), del luglio 2011, ogni Stato membro della Comunità europea è obbligato a dotarsi di un deposito per rifiuti radioattivi, pena pesanti sanzioni.

L’Italia si è adeguata con il D.Lgs. 45/2014 che prevede l’apertura entro il 2014 del bando di gara per il progetto esecutivo.

I cittadini saranno chiamati a partecipare attivamente al processo nella massima trasparenza, assicura Troncarelli.

Ma c’è oggi già la popolazione disposta? Stando ad uno studio già realizzato da Sogin su base nazionale «qualcuno potrebbe essere d’accordo», ma solo il 16% non si oppone al deposito.

Intanto, il 16 e 17 maggio si terranno visite gratuite in quattro ex centrali nucleari a Trino, Caorso, Latina e Garigliano.

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Ultimo aggiornamento: 11/06/2025

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