
Civitavecchia: i veleni dei militari e l’ombra lunga sul futuro deposito nazionale

Se non sappiamo gestire il passato, come possiamo fidarci della gestione del futuro?
di Redazione Comitato Tuscia
A Civitavecchia, alle porte di Roma, è stato sequestrato uno dei più gravi fardelli tossici del nostro Paese: una discarica militare contenente tonnellate di vecchie armi chimiche — arsenico, iprite, gas mostarda — stoccate in contenitori ormai deteriorati, che rischiano di contaminare acqua, aria e suolo. Venti ufficiali dell’esercito risultano indagati. È solo l’ennesimo segnale di un problema più ampio: la gestione dei rifiuti pericolosi in Italia, tra incuria, silenzi e irresponsabilità.
L’area, messa in sicurezza solo dopo anni di immobilismo, era stata creata nei primi anni 2000 per custodire armi chimiche dismesse. Ma quei fusti, oggi, si sono ammalorati. I contenitori in cemento sono crepati, corrosi, e non più in grado di contenere sostanze altamente tossiche, come confermato dai primi rilievi. Il sito, teoricamente provvisorio, è diventato negli anni un simbolo della cronica inadeguatezza italiana nella gestione delle scorie.
Una gestione opaca e pericolosa
Secondo le autorità, le sostanze avrebbero dovuto essere temporaneamente isolate in attesa di smaltimento definitivo, ma il tempo è passato senza interventi concreti. Non solo: in origine si trattava di un programma di bonifica militare, ma la catena di comando e responsabilità è rimasta vaga, fino a oggi, quando la magistratura ha deciso di intervenire, spinta anche dalle proteste locali.
I cittadini di Civitavecchia, come quelli della Tuscia, hanno vissuto sulla propria pelle cosa significa convivere con un deposito tossico alle porte di casa, senza trasparenza né tutele reali.
Il paradosso del deposito nazionale
Nel momento in cui lo Stato spinge per realizzare un Deposito Nazionale per i rifiuti radioattivi, sorgono domande inevitabili: se in 20 anni non siamo stati in grado di mettere in sicurezza un sito chimico militare già noto, come possiamo fidarci della gestione di un impianto ancora più complesso e pericoloso?
Il caso di Civitavecchia è un monito. Per decenni, il principio è stato lo stesso: stoccare “temporaneamente”, nascondere, minimizzare, rimandare. Finché il rischio diventa emergenza, e la collettività paga il prezzo.
La Tuscia dice no
Alla luce di questi fatti, la proposta di costruire il Deposito Nazionale in aree della Tuscia appare ancora più inaccettabile. La nostra terra non può diventare il capro espiatorio di un sistema nazionale fallace, dove la gestione dei rifiuti pericolosi si regge su burocrazia, approssimazione e mancanza di visione.
Se queste sono le premesse — se il passato ci racconta di negligenza, opacità e rischi ignorati — il futuro non può che essere un pericolo ancora più grande.
Chi ha inquinato, bonifichi. Chi ha taciuto, risponda.
Ma la Tuscia non si svende. E non si rassegna.