
Fusione nucleare: futuro sostenibile o nuova illusione?
Mentre Gauss Fusion e la sua CEO Milena Roveda presentano la fusione nucleare come la chiave dell’autonomia energetica europea, vale la pena sollevare alcuni interrogativi. Al di là delle promesse – pulizia, continuità, sicurezza – c’è una realtà tecnologica ancora ben lontana dall’essere operativa, e una storia di gestione del nucleare in Italia (e in Europa) che dovrebbe insegnarci prudenza.
L’Italia non ha ancora trovato una soluzione al problema delle scorie delle centrali di fissione chiuse da quasi 40 anni. La società incaricata di smaltire i residui del passato, naviga da anni in una palude di ritardi, opacità, cambi di governance e assenza totale di consenso sui territori. Il deposito nazionale delle scorie è un’idea che nessuno vuole realizzare nel proprio giardino, e la storia recente ne è la prova più eclatante.
Ora, ci viene detto che la fusione “non produce scorie a lunga durata”. Ma l’espressione è fuorviante: ogni processo nucleare genera materiali attivati, componenti metallici esposti a neutroni ad alta energia, che vanno comunque gestiti per decenni o secoli. Inoltre, non esistono ancora esempi reali di impianti a fusione in grado di dimostrare l’effettiva sicurezza, durabilità e sostenibilità economica del processo.
I costi? L’industria parla di 15-18 miliardi di euro per un singolo impianto “first-of-a-kind” da 1 GW. Ma sappiamo bene come nel settore nucleare le stime iniziali vengano sistematicamente superate. E mentre l’Europa annuncia investimenti miliardari, non è chiaro chi pagherà gli eventuali fallimenti, né chi garantirà la trasparenza nei confronti dei cittadini.
C’è poi un altro punto, cruciale: qual è la vera urgenza? I promotori della fusione dicono che si tratta di una fonte continua e stabile, in grado di bilanciare le rinnovabili. Ma oggi esistono già alternative praticabili: efficienza energetica, accumulo tramite batterie, idrogeno verde, rete intelligente e produzione distribuita. Queste tecnologie sono pronte ora. La fusione – se mai funzionerà – lo sarà forse tra vent’anni.
Nel frattempo, continuiamo a ignorare le reali esigenze del presente e a investire tempo e risorse pubbliche in una tecnologia che potrebbe rivelarsi un nuovo gigantesco pozzo senza fondo, sia economico che ambientale.
Non possiamo permettere che l’ideologia della “speranza tecnologica” faccia da scudo a una nuova stagione di centrali e depositi imposti dall’alto, senza consenso e senza trasparenza. Se davvero vogliamo parlare di autonomia, democrazia e resilienza, partiamo da ciò che possiamo controllare, non da ciò che rischia di diventare la prossima crisi.