
Basilicata e nucleare: tra promesse “sostenibili” e timori reali
Dopo il via libera della Conferenza Unificata al Ddl sul nucleare, la Regione lucana si interroga: occasione o ulteriario sacrificio?
Potenza – Il 30 luglio scorso, la Conferenza Unificata ha espresso parere favorevole al disegno di legge delega sul nucleare “sostenibile”. Una decisione che ha acceso un faro d’allarme sulla Basilicata, regione che più di altre conosce il peso di scelte energetiche calate dall’alto. E che oggi si ritrova, ancora una volta, al centro di un possibile scenario nazionale senza che la voce dei suoi cittadini sia stata realmente ascoltata.
Un passato già segnato da energia e inquinamento
La Basilicata convive da decenni con estrazioni petrolifere, gas e siti industriali che hanno trasformato ampie aree del territorio in zone a rischio ambientale. Le ferite lasciate da questi impianti sono tutt’altro che rimarginate. E ora si aggiunge un nuovo spettro: quello dell’atomo.
Il disegno di legge prevede una riapertura alla tecnologia nucleare, incluso l’arrivo di impianti e depositi di scorie. E sebbene il governo insista sulla natura “sostenibile” del progetto, in Basilicata si teme il ripetersi dello stesso copione: grandi decisioni imposte dall’alto, in nome dell’interesse nazionale, ma con costi ambientali e sociali scaricati sui territori più fragili.
Territori a rischio e partecipazione mancata
Nonostante l’approvazione formale del Ddl, le Regioni – tra cui la Basilicata – hanno richiesto un maggiore coinvolgimento nella fase attuativa, preoccupate dalla possibilità che si proceda senza alcuna reale concertazione. La morfologia lucana, la bassa densità abitativa e la presenza di aree “libere” rendono il territorio particolarmente esposto all’ipotesi di nuove installazioni nucleari o persino depositi di scorie.
Il problema, però, non è solo ambientale: è politico, economico e sociale. Il rischio è che una regione già provata venga sacrificata ancora una volta senza che vi sia un ritorno reale per le comunità locali.
Scorie e costi: le vere incognite
I punti critici sono noti e mai risolti: scorie nucleari, costi incerti, pericoli a lungo termine. Non esiste al momento in Italia alcun deposito geologico definitivo, e la gestione dei rifiuti radioattivi è un nodo che resta irrisolto anche a livello europeo. Affidare alla Basilicata un simile fardello, senza prima avere soluzioni credibili e sostenibili, appare un rischio enorme e immotivato.
Anche sul fronte economico le incognite sono molte. I costi per costruzione, gestione, smaltimento e sicurezza di una filiera nucleare sono elevatissimi, spesso soggetti a sforamenti e ritardi. Un onere che potrebbe pesare proprio su una regione economicamente fragile, che basa gran parte della sua economia su agricoltura, piccole imprese e territorio.
La politica lucana alza la voce
Il presidente della Regione, Vito Bardi, ha già chiesto garanzie su un coinvolgimento attivo delle istituzioni locali nelle scelte future. Diversi esponenti politici e civici lucani hanno espresso scetticismo e contrarietà verso un nucleare che, sotto l’etichetta di “sostenibile”, rischia di diventare l’ennesima imposizione dall’alto, senza benefici tangibili per il territorio.
Nucleare sostenibile? Solo se il territorio lo decide
Il Ddl nucleare potrebbe rappresentare un’opportunità solo se verrà costruito su trasparenza, partecipazione e rispetto per le comunità locali. La Basilicata non è più disposta ad accettare decisioni imposte, né a diventare il retroterra silenzioso delle ambizioni energetiche di altri.
Senza un vero dibattito pubblico, il nucleare rischia di essere solo l’ennesimo peso su spalle già troppo cariche. E la sostenibilità non si misura solo in chilowattora, ma anche in equità, giustizia territoriale e ascolto democratico.