
Acqua radioattiva nel Loch Long: il “sito sicuro” che perde come un rubinetto arrugginito

Riportiamo l’ennesimo incidente che smonta la narrazione del nucleare come sistema infallibile e sotto controllo totale. È accaduto nella base di Coulport, in Scozia occidentale, dove il Regno Unito custodisce le proprie testate nucleari, ritenute il cuore della deterrenza strategica nazionale. Un impianto che dovrebbe rappresentare il massimo della sicurezza militare, tecnologica e ambientale si è invece rivelato vulnerabile… non a un attacco esterno, ma alla banale usura di vecchie tubature.
La Royal Navy, che supervisiona la struttura, non è riuscita a mantenere in efficienza una rete di 1.500 condotte idriche. Alcune si sono rotte, causando lo sversamento di acqua contaminata direttamente nel Loch Long, un lago marino collegato al Mare del Nord. Le indagini della Scottish Environment Protection Agency (SEPA) hanno rivelato che la causa non è stata un evento imprevedibile, ma “carenze nella manutenzione” e un piano di sostituzione delle condotte giudicato insufficiente già da anni.
Quello di Coulport è presentato come uno dei siti militari più protetti del Regno Unito. Eppure, l’“incidente” dimostra che nemmeno le strutture destinate a custodire armi atomiche sono immuni alla stessa logica che porta i comuni acquedotti a perdere acqua dalle giunture arrugginite: tagli alla manutenzione, rinvii, burocrazia e sottovalutazione dei rischi. Solo che qui non si tratta di qualche litro d’acqua persa… ma di sostanze radioattive disperse nell’ambiente.
Il paradosso è evidente: miliardi di sterline spesi per mantenere missili Trident e testate atomiche in stato di prontezza, ma nessuna cura nel prevenire una perdita che mette a rischio ecosistemi e salute pubblica. E se questo accade in una base “di massima sicurezza”, cosa dovremmo aspettarci da siti nucleari civili o militari meno sorvegliati?
Ed è qui che la vicenda tocca da vicino anche l’Italia e, in particolare, la Tuscia. Il governo italiano sta ancora portando avanti il progetto del Deposito Nazionale delle scorie nucleari, individuando aree “idonee” per lo stoccaggio definitivo, tra cui territori agricoli e storici del viterbese. La promessa è sempre la stessa: “sicurezza assoluta” e “controllo totale”. Ma l’incidente di Coulport dimostra che la sicurezza assoluta non esiste, e che anche le strutture più sorvegliate possono fallire per cause banali e prevedibili.
Pensare di seppellire tonnellate di rifiuti radioattivi in una zona come la Tuscia, ricca di falde, corsi d’acqua, siti archeologici e attività agricole di pregio, significa ignorare proprio questo: basta una perdita, una manutenzione rimandata, un imprevisto tecnico… e il danno diventa irreversibile.
L’episodio non è solo una notizia dall’estero: è un monito diretto a chi oggi, in Italia, vorrebbe minimizzare i rischi del nucleare. Se il “fortino” atomico britannico perde come un rubinetto arrugginito, possiamo davvero credere che il futuro deposito nazionale italiano sarà immune da guasti, incidenti e negligenze?