L’idea che “basti scegliere la tecnologia giusta” per riportare il nucleare in Italia

Tra SMR evolutivi, reattori avanzati o future soluzioni “innovative”—rimuove il punto essenziale: oggi il nucleare non risolve i problemi urgenti del nostro sistema energetico e, anzi, rischia di aggravarli sul piano dei tempi, dei costi e delle responsabilità intergenerazionali. La stessa intervista ammette che l’Italia “non è pronta”, che servono anni per costruire un’autorità di sicurezza vera, formare tecnici, definire filiere e regole, trovare i siti e—non dettaglio—creare consenso pubblico. Significa che per almeno un decennio il nucleare sottrarrebbe risorse a ciò che può ridurre subito emissioni, dipendenza dal gas e volatilità dei prezzi: rinnovabili, accumuli, reti, efficienza, gestione della domanda e interconnessioni.
Si invoca la “neutralità tecnologica”, ma l’esperienza internazionale racconta altro. I reattori di terza generazione in Europa—Flamanville, Olkiluoto, Hinkley—hanno accumulato ritardi pluriennali ed extracosti giganteschi; il Regno Unito sta combattendo con la replica EPR a Sizewell C, definita “terrificante” perfino da ex vertici EDF. Gli SMR “evolutivi” sono presentati come pronti, ma in Occidente i percorsi di licensing sono ancora in corso e i business case scricchiolano: non a caso il progetto NuScale negli USA è stato cancellato dai partner per insostenibilità economica. Intanto restano irrisolti i nodi che l’intervista sfiora appena: ciclo del combustibile, gestione e costo delle scorie ad altissima attività per tempi che eccedono qualsiasi orizzonte politico e industriale. Parlare di “energia per le nuove generazioni” mentre si moltiplica l’eredità radioattiva è un paradosso etico prima che tecnico.
La retorica della “stabilità programmabile” ignora che il mix più rapido, economico e resiliente per l’Italia è già sotto i nostri occhi: fotovoltaico ed eolico in forte calo di costo, sistemi di accumulo elettrochimici e idroelettrici, demand response industriale, power-to-heat, reti più intelligenti e interconnesse, flessibilità lato domanda, accelerazione dell’efficienza in edilizia e processi. Questa combinazione riduce davvero le importazioni di gas e le emissioni nei prossimi cinque anni, non “forse” tra dieci. Ogni miliardo di euro impegnato oggi su filiere nucleari ancora da certificare è un miliardo sottratto a misure che abbassano subito le bollette e rafforzano la competitività delle nostre imprese.
Si ripete che “nessun Paese ha fatto nucleare senza supporto pubblico”: proprio per questo il tema non è ideologico ma contabile. Se i progetti richiedono garanzie statali, prezzi amministrati, clausole di socializzazione del rischio e decenni di cantiere, la domanda è se questo sia il miglior uso del denaro pubblico quando l’alternativa—decarbonizzazione distribuita—ha tempi più brevi, rischi minori e ricadute occupazionali diffuse su migliaia di PMI italiane. Né convince l’argomento della “filiera nazionale”: l’Italia non possiede una catena del valore nucleare completa, dipenderebbe da tecnologie e fornitori esteri, e anche riutilizzare “vecchi siti” non aggira i problemi di approvvigionamento, sicurezza, acque di raffreddamento, assicurazione, vigilanza e accettabilità sociale.
Infine, il consenso. “Spiegheremo ai cittadini perché il nucleare è necessario”: ma il consenso non si decreta per legge, si conquista con risultati. In questi anni i cittadini hanno visto impianti rinnovabili produrre, comunità energetiche nascere, pompe di calore tagliare consumi, batterie abbassare i picchi di rete. Hanno visto, al contrario, cantieri nucleari europei slittare e rincarare. Se davvero l’obiettivo è sicurezza energetica, decarbonizzazione e prezzi stabili, l’unica strada razionale per l’Italia è accelerare ciò che funziona adesso e costruire un sistema elettrico moderno basato su rinnovabili, accumuli e flessibilità. Il nucleare, per come esiste oggi sul piano industriale e regolatorio, è un diversivo costoso che sposta in avanti nel tempo le soluzioni e all’indietro sui nostri figli i rischi e i costi.
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