
Rubinetti a secco e conti in rosso: Talete cerca ossigeno

La situazione descritta evidenzia una crisi strutturale del servizio idrico nella Tuscia, con Talete S.p.A. che si trova costretta a ripensare il proprio assetto per far fronte a difficoltà economiche e gestionali. Il ricorso a un socio privato per cedere il 40% delle quote rappresenta una svolta significativa e controversa: da una parte, l’apertura ai capitali esterni viene presentata come un tentativo di “salvataggio” e rafforzamento della società pubblica, dall’altra solleva forti dubbi su una possibile futura privatizzazione strisciante dell’acqua, bene comune per eccellenza.
Il presidente ammette apertamente che i costi della potabilizzazione – 18 milioni l’anno, pari a un terzo del bilancio – sono insostenibili. Ma è legittimo domandarsi perché questi problemi, noti da anni (come la presenza dell’arsenico e l’inadeguatezza degli impianti), non siano mai stati affrontati con una visione pubblica, strategica e trasparente.
Le 62 nuove assunzioni previste entro settembre e l’internalizzazione del servizio di potabilizzazione (finora affidato a Suez) appaiono come un tentativo di ricostruzione interna, forse anche per rassicurare i sindaci e l’opinione pubblica. Ma l’impressione è che si stia cercando di “rimettere in piedi un gigante dai piedi d’argilla” con operazioni di facciata, mentre il vero nodo resta la mancanza di una governance pubblica forte, partecipata e indipendente da logiche di profitto.
In un territorio come la Tuscia, già provato da crisi ambientali e progetti impattanti (come il deposito di scorie nucleari), l’acqua dovrebbe rappresentare un simbolo di resistenza e tutela dei beni comuni. La direzione che sta prendendo Talete rischia invece di allontanarsi da questi valori. Sarebbe ora che i cittadini e i comitati locali tornassero a essere protagonisti delle scelte che riguardano il loro futuro.
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