
Un nome non cancella il problema delle scorie

In Svizzera, come in tutta Europa, il nodo delle scorie radioattive rimane irrisolto. La scelta di lanciare una consultazione pubblica per decidere il nome del futuro deposito geologico profondo a Stadel (ZH) appare come un’operazione di facciata: un tentativo di rendere più “digeribile” un problema che, nei fatti, resterà sulle spalle di decine di generazioni.
Dare un nome a un impianto che custodirà scorie per centinaia di migliaia di anni non cambia la sostanza: il deposito è una resa, non una soluzione. La stessa Nagra parla di entrata in funzione intorno al 2060, con un iter che attraverserà referendum, decisioni parlamentari e giudizi di sicurezza. In altre parole, un progetto che oggi non garantisce nulla se non l’incertezza e il peso enorme di una tecnologia che ha prodotto rifiuti senza sapere come gestirli davvero.
Coinvolgere i cittadini chiedendo un nome può sembrare partecipazione, ma in realtà è una forma di marketing: si sposta l’attenzione dal contenuto alla forma, dalla questione drammatica delle scorie radioattive alla scelta di un’etichetta più accattivante. Il vero problema non è come chiamare un deposito, ma se sia eticamente e tecnicamente accettabile lasciare a chi verrà dopo di noi una eredità tossica che durerà per millenni.
La Svizzera, che pure viene spesso citata come esempio di efficienza e razionalità, conferma così che il nucleare non è affatto una fonte “pulita e sicura”. Anche il Paese che più di altri ha pianificato nel dettaglio il futuro delle proprie scorie non può far altro che rinviare, ipotizzare, costruire scenari lontani, affidandosi a soluzioni mai davvero testate sul lunghissimo periodo.
Un nome non basta. Il problema delle scorie non si risolve con una consultazione popolare ma solo con una presa di coscienza collettiva: il nucleare produce rifiuti che nessuno sa gestire in modo definitivo. Per questo, pensare di rilanciare questa tecnologia significa soltanto moltiplicare eredità radioattive per le prossime generazioni.